Questo è stato un fine settimana casalingo, come non capitava da tanto.
Ho lasciato che la stanchezza prendesse campo, le ho permesso di invadere la mia testa e lasciando sonnecchiare la mia mente.
Ho ritrovato la mia dimensione pigra e ho accantonato la mia iperattività temporanea, motivata solo dal desiderio di non pensare.
Il sabato è passato veloce tra le pulizie domestiche e la seduta dall’estetista: alle 22 ero già sotto il piumone a leggere. La pioggia incessante e battente ha cullato il mio sonno profondo.
Domenica mattina passata all’Ikea e pomeriggio a gironzolare su internet, di palo in frasca, come piace a me!
La sera ho dato buca al solito aperitivo per godermi un poco casa mia, con i lampi che illuminavano le vetrate, mentre avvolta nel plaid facevo compagnia al mio divano.
Stamani mi sono svegliata serena, perché alla fine capita di sbagliare. Si sbagliano scelte, si sbaglia la valutazione delle persone: capita.
Nessuno di noi è infallibile e non dobbiamo farcene una colpa.
Sarà un’ovvietà, anzi quasi sicuramente lo è, ma non per me. Non voglio colpevolizzarmi per le scelte sbagliate che ho fatto o che ho subito, ma voglio iniziare ad accettare che la vita, a volte, va come deve andare, va come vuole andare.
In questo momento c’è un pallido sole che filtra dalle nuvole e mi sento abbastanza quieta. Abbastanza.
Passata è la tempesta:
Odo augelli far festa, e la gallina,
Tornata in su la via,
Che ripete il suo verso. Ecco il sereno
Rompe là da ponente, alla montagna;
Sgombrasi la campagna,
E chiaro nella valle il fiume appare.
Ogni cor si rallegra, in ogni lato
Risorge il romorio
Torna il lavoro usato.
L'artigiano a mirar l'umido cielo,
Con l'opra in man, cantando,
Fassi in su l'uscio; a prova
Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua
Della novella piova;
E l'erbaiuol rinnova
Di sentiero in sentiero
Il grido giornaliero.
Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride
Per li poggi e le ville. Apre i balconi,
Apre terrazzi e logge la famiglia:
E, dalla via corrente, odi lontano
Tintinnio di sonagli; il carro stride
Del passegger che il suo cammin ripiglia.
Si rallegra ogni core.
Sì dolce, sì gradita
Quand'è, com'or, la vita?
Quando con tanto amore
L'uomo a' suoi studi intende?
O torna all'opre? o cosa nova imprende?
Quando de' mali suoi men si ricorda?
Piacer figlio d'affanno;
Gioia vana, ch'è frutto
Del passato timore, onde si scosse
E paventò la morte
Chi la vita abborria;
Onde in lungo tormento,
Fredde, tacite, smorte,
Sudàr le genti e palpitàr, vedendo
Mossi alle nostre offese
Folgori, nembi e vento.
O natura cortese,
Son questi i doni tuoi,
Questi i diletti sono
Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena
E' diletto fra noi.
Pene tu spargi a larga mano; il duolo
Spontaneo sorge: e di piacer, quel tanto
Che per mostro e miracolo talvolta
Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana
Prole cara agli eterni! assai felice
Se respirar ti lice
D'alcun dolor: beata
Se te d'ogni dolor morte risana.
G. Leopardi
